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.|. Anmírë Anna - Il Dono più Prezioso .|.
Note: C’è un discreto “salto” temporale tra questo capitolo ed il precedente; tutta la parte mancante, cioè il periodo trascorso a Edoras, il pellegrinaggio al Fosso di Helm, e la battaglia in cui Aragorn è “caduto”, è identico a come lo avete visto nel film. =)
Capitolo 7 ~ * * * * *
Era ancora giorno, eppure sulla fortezza al Fosso di Helm sembrava essere calata prematuramente una scura notte nebbiosa. Il cielo, del colore del fumo, sembrava reggersi sui picchi ghignanti delle montagne come un pesante velario nero. La luce, incerta e caduca, sembrava lontana e irraggiungibile - come il pallido riflesso che un uomo che annega potrebbe scorgere tra i flutti oscuri che si chiudono su di lui. Le nuvole, di un nero livido, si chiudevano sulla fortezza, quell’ultima roccaforte della gente di Rohan, per poi ritornare indietro come una marea, incontrandosi, mescolandosi. Si udiva un brontolio sordo, continuo, e di quando in quando, lampi violacei saettavano nell’oscurità. Eppure, tendendo l’orecchio si poteva udire giungere da una delle terrazze più alte ed inaccessibili un canto di una purezza maestosa, malinconico oltre ogni dire. Si librava nell’aria oscura come su ali d’argento, per poi scendere e risalire, ondeggiando, colmo di tutti i dolori più intimi dell’animo umano. Una voce che, per purezza e potenza, pareva ultraterrena, e come un incantesimo estremo faceva pensare a cose perdute e mai dimenticate; a tormenti antichi eppur dolcissimi; e colmava i cuori di un desiderio incerto, caldo e dolce.
Gimli, perso com’era in quel canto di dolceamara bellezza, provò un brivido quando la sua ultima nota si spense, perdendosi e mischiandosi col basso ringhio prolungato di un tuono che, rimbombando contro le pareti di pietra, parve avvolgerlo, come una risata sgangherata. Quando quell’eco sinistra si fu spenta, Gimli rimase un momento in silenzio, chiedendosi se mai avrebbe avuto l’occasione di onorare alla maniera della sua gente la memoria di Aragorn, che per lui era stato compagno, condottiero, ed insieme caro amico. Si girò per asciugarsi furtivamente una lacrima all’angolo dell’occhio. Perché i servi di Saruman dovevano accanirsi su di loro proprio in quel momento? Perché non li lasciavano soli col loro dolore? Ah, se solo quelle dicerie maligne e perverse secondo cui i Nani non avevano cuore fossero state vere! Allora avrebbe potuto pensare solo all’imminente battaglia e a null’altro, e nel suo petto non ci sarebbe stato quel vuoto bruciante. Ma c’era. Perché Gimli aveva un cuore per sentire dolore, così come occhi per vedere quello altrui. Povero Legolas, pensò. Io ho perso un amico, ma lui ha perduto l’amore… Fece per parlare, ma Legolas lo prevenne. “Quel canto,” mormorò. “Non era per Aragorn. Lui è vivo. Lo so. Lo sento.” Chiuse gli occhi. La bella bocca parve tremargli, e le sue dita si strinsero in modo convulso sul basso parapetto di pietra. Gimli esitò un momento, poi annuì, lo sguardo fisso alla landa grigia e desolata che si stendeva, come un animale addormentato, ai suoi piedi. “Ti ringrazio, comunque, di aver assecondato questo mio capriccio,” mormorò infine il Nano. “Non avrei mai pensato, prima di giungere a Lothlórien, che un semplice canto potesse essere così di conforto all’animo ferito…” Legolas sorrise mestamente, contemplando anch’egli le pianure punteggiate di sparuto verde. “…né io avrei mai pensato, prima di giungere qui, che potesse essere così doloroso.” Gimli deglutì a vuoto, si lisciò la barba con un gesto imbarazzato. Tossicchiò. “Legolas…” “No,” lo interruppe l’altro, non senza gentilezza. I suoi occhi, insolitamente grandi e scuri, erano umidi. “Ti prego. Non voglio pietà. Lui è vivo. Tornerà. Dobbiamo solo avere fiducia in lui e sperare.” Gimli annuì, ed in uno slancio di emozione che era sia triste che colma di rispetto si allontanò verso l’apertura al limite est del balcone e le scale che essa celava aldilà, per lasciare Legolas alla sua solitudine. “Tutta la speranza della Terra di Mezzo non basterebbe a riportarlo qui,” borbottò il Nano prima di andarsene, sperando di non essere udito.
Ma Legolas è un Elfo, e Legolas lo udì.
Il pensiero di non rivedere mai più Aragorn si affacciò alla sua mente come un lampo. Una lama di ghiaccio avvelenata sembrò conficcarsi violentemente nel suo cuore. Legolas strinse gli occhi, annaspando, chiudendo le mani sulla pietra così forte da sentirla sgretolarsi fra le dita. Per un momento, dietro le palpebre chiuse vide gli occhi del Ramingo, e quegli occhi contenevano un tale amore da togliere il fiato. Una passione, una devozione tali da sfuggire ogni descrizione. Ma poi, contro quello stesso schermo scuro vide anche la causa di quel sentimento. Arwen. Il dolore aumentò. Si allargò nel suo petto come fuoco che avvampa. La debole luce del sole divenne improvvisamente troppo forte, una cruda esplosione vermiglia contro le palpebre serrate. Sentì una pressione tremenda contro le orecchie. Boccheggiò a vuoto come se fosse sott’acqua, e non vi fosse aria per lui da respirare. Deglutì. Sentì in bocca il sapore del sangue ferroso. La sua gola e i polmoni sembravano in fiamme. Una marea oscura pareva sommergerlo, oscurando la crude luce rossa, e d’improvviso un rumore sordo nelle orecchie, come un tamburo impazzito, il rombo echeggiante dei passi un Titano - il suo stesso cuore che pulsava impazzito - e sotto di esso la risata sgangherata del demone che lo guardava morire, come aveva guardato Boromir, e danzava attorno al suo cadavere, additandolo, ululando di gioia selvaggia, una creatura grottesca, che rideva battendosi le cosce, buttando indietro la testa con un ghigno feroce. Legolas emise un respiro rantolante. Fece scivolare indietro le palpebre, e fissò senza vedere le crepe sul basso muro, le macchie umide di muschio, le sue mani così strette sulla pietra che le nocche erano diventate completamente bianche. Barcollò, perse l’equilibrio. Piegandosi in avanti appoggiò la fronte alle fredde pietre scabre. Un sospiro doloroso gli sfuggì le labbra. Annaspando si abbandonò a contare i battiti del suo cuore erratico finché non rallentarono, rallentarono, e Legolas riprese infine il controllo di sé. “Fai presto, Aragorn,” mormorò, amareggiato nel sentire le lacrime pungergli gli occhi, estranee e sgradite. Eppure un sorriso tremulo si fece strada sulle sue labbra. “Si, sapevo che potevo farlo. Sapevo che c’era un modo per liberarti dl patto di Isildur. Lo sapevo,” sussurrò. Mosse leggermente la testa in un gesto sconsolato. “Ho giurato a me stesso che ti avrei aiutato a riconquistare il trono… la mia battaglia è per la tua felicità. Nient’altro mi importa più di questo. Voglio essere al tuo fianco alle porte di Minas Tirith… voglio poterti chiamare Re, Re Elessar, mio Re, ed inginocchiarmi dinanzi a te per prometterti fedeltà assoluta… anche se è il mio amore che vorrei poterti giurare. Amore eterno.” L’amarezza del suo tono era devastante, una marea in cui sarebbe potuto affogare. Nemmeno nelle fantasie più scatenate aveva previsto che sarebbe stato così doloroso aiutare Aragorn a tornare dalla sua Gondor e dalla sua Arwen. Si morse il labbro, nascose il volto tra mani ancora strette alla pietra e sottovoce mormorò: “Ma non ho più molto tempo, ormai. Sbrigati, amore mio, ti prego. Torna da me, torna! Voglio… voglio vederti… almeno un ultima volta… prima della fine.”
* * * * *
Ombre vaghe e cangianti l’attorniavano, chiudendosi su di lui, sommergendolo, come onde, infrangendosi contro il suo corpo (la sua mente) e poi ritornando indietro in una sorta di balletto, mescolandosi, diluendosi in contrasti aerei e luminosi, in gorghi di luci che si colmavano di tenebra, prima di esplodere in avanti, e sommergerlo ancora, ricominciando un ciclo infinito. Questa è la morte? Si chiese, e si stupì di esserne affascinato. Era dolce e malinconica e calda; non cruenta e maligna come sempre l’aveva immaginata. Le tenebre chiuse dietro le sue palpebre parevano impregnate del tenue bagliore azzurro della luna d’estate; sussurri distanti, fiochi e sordi, aleggiavano nel silenzio, carezzandolo, come mani d’amante. Forme vaghe ed indistinte si susseguivano nell’ombra, frammenti che baluginavano attorno a lui come lucciole. Lentamente, con un languore sensuale, tutto questo si faceva sempre più distante. Sempre più distante. Ogni mormorio affogava mollemente nel silenzio; ogni luce si abbandonava alle tenebre. Gli sembrava di star scivolando lentamente negli abissi di un Oceano scuro, le cui acque nere si chiudevano su di lui come un tetro sudario, avvolgendolo dolcemente, cullandolo in un sonno senza sogni. Non provava angoscia, né dolore, né paura; ma solo una grande tristezza. Come poteva lasciare Legolas? La battaglia finale si avvicinava inesorabilmente, e morendo lo stava lasciando solo dinanzi al pericolo. Si maledì per questo. Ed iniziò a combattere la tenebra. Per due volte credette di sentire un respiro caldo sul volto ed un tocco gentile – di dita agili, o forse di dolci labbra - sfioragli le tempie, le palpebre chiuse, la bocca. Poi un sussurro giunse fino a lui, armonioso quasi come musica, ma fugace e privo di significato per le sue orecchie: come il rumore delle foglie smosse dal vento, dell’acqua del ripido torrente di montagna che scorre gelida tra i massi, delle onde che si rincorrono sulla riva. Fece scivolare le palpebre indietro, e tra la foschia grigia che gli velava gli occhi vide Legolas, luminoso quasi come un frammento di stella. Riverso su di lui, mormorava il suo nome in una nenia squisita. E mai gli era apparso tanto bello, col volto diafano contorto dal dolore, le ciglia frementi e imperlate di lacrime lucenti, i lunghi capelli abbandonati in morbide onde sulle sue spalle e sul petto di Aragorn stesso. Quando aprì gli occhi, il suo sguardo era come il cielo notturno: di un blu vellutato e scuro e spruzzato di stelle. “Aragorn…” sussurrano quelle labbra tremule, “Non smettere di lottare…” l’Elfo si chinò finché il suo respiro e quello dell’Uomo si confusero, ed Aragorn si fece volontariamente vittima e schiavo del suo bacio. “Torna da me, mia speranza…” gli sentì sussurrare quando le loro labbra si divisero.
E fu allora che Aragorn si svegliò. Ancora vivo.
* * * * *
“Mastro Elfo…?” Legolas, immerso nei suoi pensieri, ne fu risvegliato bruscamente dalla voce morbida e sussurrante di Éowyn. Immediatamente si fece scivolare in volto la maschera di dignità Elfica che lo aveva sempre contraddistinto, celando così al mondo il suo dolore e la sua amarezza. Quindi si voltò, e trovò la Dama di Rohan ferma al suo fianco, gli occhi all’orizzonte e le belle mani serrate in grembo. La sua bianca veste ed i capelli chiari si alzavano volteggiando nel vento, e sembravano catturare in mille riflessi la poca luce fioca che ancora indugiava in cielo. Sembrava un’apparizione mistica, un Elfa, un sogno. O una Valar. “Perché rimanete qui?” chiese lei. Stava immobile come un ombra assurdamente luminosa, un pallido riflesso sulla superficie di un lago di vetro, e i suoi occhi rifuggivano la figura dell’Elfo al suo fianco come se avessero paura di restarne accecati. “Nessuno verrà da quell’Orizzonte che scrutate con tanto accanimento. Nessuno. Non c’è più speranza. E lo sapete.” “C’è sempre speranza,” rispose l’Elfo. “Aragorn tornerà.” “Tornerà, voi dite? E come? Sotto forma di pallido Spirito, incapace di parlare a coloro che lo circondano, di toccarli, niente più che un incubo doloroso ammantato di luce lunare?” Non c’era rabbia nella sua voce. Solo dolore, rassegnazione, ed un altro sentimento a cui Legolas non poté – o non volle- dare nome. “Tornerà,” ripeté. “È sopravvissuto a prove peggiori.” “Non so immaginarne,” disse lei, sincera. Legolas tirò indietro la testa e rise, un suono che lei trovò piacevole e conturbante insieme. “Ho visto Aragorn infilarsi in situazioni impossibili fin dalla più tenera età. E ne è sempre uscito indenne. Ha affrontato e vinto ogni tipo di Demone emerso dai miasmi oscuri di Mordor, è sopravvissuto a veleni e cataclismi senza che essi lasciassero un segno sul suo corpo, e né ferita di spada, né di arco, né di freccia ha mai potuto frenare il suo ardore.” Éowyn rimase sgomenta dalle sue parole. Si toccò le labbra con la punta delle dita, poi scosse lievemente la testa. “Vi burlate di me,” sussurrò. “Come può una persona giovane come voi vantare un’età tanto superiore alla mia?” “Nessuna burla, mia Signora. Sono più vecchio di quanto il mio aspetto possa suggerire…” indugiò un attimo, ed il suo sguardo corse nuovamente verso l’Orizzonte. Éowyn non poté non notarlo. “A volte penso di aver camminato troppo a lungo su queste terre, e che troppo spesso ho dato l’addio a persone me care. Se anche Aragorn dovesse morire…” Scosse la testa come per liberarsi da un pensiero troppo doloroso da contemplare. “Ma lui è vivo. Lo so.” “E come?” Legolas si posò una mano sul cuore. “L’avrei sentito, l’avrei sentito qui, dentro di me, se gli fosse accaduto qualcosa.” Chiuse gli occhi, e con voce inaudibile aggiunse: “Non sarei vivo, se gli fosse successo qualcosa.” Ma ancora Éowyn scuoteva la testa. “Per quanto mi addolori ammetterlo, Sire Aragorn è perduto. Non tornerà mai più. Simili illusioni servono solo ad aumentare il dolore, a rendercelo insopportabile quando infine ci risvegliamo alla realtà. Lasciatele andare… potreste non sopravvivere, altrimenti,” disse lei, e stavolta fu il turno di Legolas di scuotere la testa. “No, mia Signora. Aragorn tornerà. Io lo so.” Il viso di lei si colorò d’improvviso di un bellissimo rosso, gli occhi divennero lampi di luce azzurra, le mani le si serrarono con tanta forza da sbiancare. “’Tornerà’, continuate a ripete. Ma in realtà ciò che state dicendo è ‘tornerà da me’, non è così?” La sua bocca tremò. La sua voce era bassa e controllata, ma c’era una risonanza furiosa nelle sue parole. “È per voi che Sire Aragorn combatte, che vive e che muore! Nulla potrebbe tenerlo lontano da voi, dal suo Legolas, e questo perché ciò che vi lega è più forte della vita, più forte della morte! Senza confini! Eterno! ‘Tornerà per me!’, questo volete dire?” Per un momento Legolas fu troppo stupito per rispondere. Poi l’amarezza tornò, e con essa il dolore. La maschera scivolò dal suo volto, rendendolo indescrivibilmente bello nel suo tormento. Il tono disperato e perso della sua voce la fece voltare. “No, Dama Éowyn. Lui tornerà, ne sono certo, ma tornerà perché ha una missione da compiere, un popolo da proteggere, e degli amici che lo aspettano speranzosi. Tornerà dalla donna che ama, e forse tornerà a voi. Ma non tornerà per me. Tantomeno egli tornerà da me.” Éowyn rimase in silenzio a guardarlo negli occhi; e per un momento parve in ascolto, come se il vento che le alzava i capelli stesse sussurrandole all’orecchio segreti impercettibili. Il volto dell’Elfo, che così a lungo aveva evitato di guardare, era come un roveto ardente dinanzi ai suoi occhi. Impossibile trovare le parole per descrivere la sua bellezza in quel momento di agonia. I suoi occhi iridescenti parevano gemme d’azzurro in cui tutta la luce si concentrava. Il pallore del suo volto serviva solo a metterne in risalto la struttura perfetta. Ed il tremito della sua bocca faceva sì che gli occhi non riuscissero a staccarsene, e che la mente fantasticasse su di essa. Sempre prima d’allora Legolas le era apparso come una delle immagini sacre scolpite nel marmo nei tempi antichi. Eppure all’improvviso l’Elfo non era più un radioso Dio guerriero, o un santo d’alabastro, ma una creatura umana che le parlava con la voce limpida di un amico a lungo amato. “Mi dispiace, Mastro Legolas,” disse lei infine. “È il mio dolore che mi ha spinto a parlare in quel modo, la mia amarezza. E vi ho ferito quando già state sopportando un dolore tremendo.” La sua voce aveva un timbro deliziosamente basso, malinconico come il canto dei gabbiani, caldo e avvolgente come una coperta nelle notti d’inverno. “Non preoccupatevi. So che anche voi state soffrendo.” Éowyn stirò le labbra in un sorriso mesto. “Condividiamo lo stesso dolore, voi e io. I nostri cuori sono uguali.” Con un sospiro la Dama tornò a volgersi verso le pianure. “Potreste farmi l’onore di chiamarmi Éowyn, Mastro Legolas? In nome di questa nostra affinità?” Lo vide annuire con la coda dell’occhio. Vide una ciocca dei suoi capelli scivolargli lungo il petto, e catturare la luce come un torrente di oro liquido. “Solo se voi mi farete l’onore di chiamarmi Legolas.” “Legolas…” mormorò, provando il nome, assaporandolo per la prima volta sulle labbra e sorprendersi a scoprire che le piaceva pronunciarlo, le piaceva sentirselo pronunciare. Annuì, e Legolas annuì con lei. “A volte vi invidio,” ammise d’un tratto. “Perché siete vicino a Sire Aragorn come mai potrò esserlo io. Ma altre volte, quando mi rendo conto che gli siete più lontano di qualsiasi alto…” indugiò un attimo. “Provate pena?” Éowyn scosse la testa, come per dire che le sembrava inconcepibile. “No, mai. Legolas, voi siete una creatura che non può ispirare pena. Solo magnificenza e rispetto. Ma il vostro dolore… è il mio. Vedervi soffrire mi rattrista.” Lei sembrava fatta di vetro, fredda, fragile, scintillante, come un cristallo colto nella piena luce di una fiamma. Eppure Legolas percepiva chiaramente la sua forza, vedeva la tenacia del suo sguardo. Stava eretta ed i suoi movimenti parlavano di un’austerità regale. Il suo viso era assorto e candido e perfettamente liscio. La mano di lei trovò la sua, la prese, la strinse. “So cosa provate per Sire Aragorn, perché lo provo anch’io,” disse. “Dovrei essere gelosa di voi perché siete mio rivale. Dovrei invidiarvi, perché avete con lui un legame troppo profondo da descriversi. O magari dovrei compatirvi, perché come me sapete che Aragorn ama un’altra. Ma la verità è che non so cosa provo per voi… per te. Mi sento attratta da te, come lo sono da lui, eppure nello stesso tempo capisco che non ho mai provato due sentimenti più diversi. Ciò che provo per te, ciò che provo per Sire Aragorn… sensazioni così ambigue, contrastanti, eguali e diverse… Legolas… che cos’è?” L’Elfo non dimenticò mai il viso di lei in quel momento, la sua curiosità, la regalità che lottava nei suoi occhi con il sentimento. Rimase in silenzio per un lungo istante, col calore della mano di lei sulla propria, poi guardò le loro dita che si toccavano. Un pensiero bizzarro gli si affacciò alla mente, una rivelazione. Realizzò che avevano la stessa pelle, loro due -candida e vellutata e luminosa e pallida- così come avevano lo stesso cuore. Identiche erano le mani affusolate, gli occhi del colore del mare, i capelli come grano cresciuto al sole. Erano scolpiti nella stessa materia, come statue fuoriuscite da un'unica pietra scintillante e separate più per caso che per volontà. Le si avvicinò. Sentì la morbidezza delle sue braccia, delle piccole spalle, il profumo dei suoi capelli. Il cuore di lei pulsò come quello di un uccellino contro il suo petto. Ed il suo gli rispose, aprendosi a lei come a nessun’altra creatura prima d’allora. “Non posso spiegarti cosa provi, Éowyn. Non c’è nessuno che possa farlo: i tuoi sentimenti, quelli veri, quelli impossibile da spiegare a parole, li conosci soltanto tu. Ma posso dirti cosa provo io per te.” “Ti prego…” disse Éowyn in un sospiro. Legolas si chinò su di lei come per baciarla, ed in quel momento Éowyn seppe che glielo avrebbe permesso. Di più: ella desiderava che lo facesse. Chiuse gli occhi, e sentì il respiro di lui come una carezza calda ed umida sulla pelle nuda della guancia. Sul collo. Sull’orecchio. Rabbrividì. Legolas sorrise, e lei sentì quel movimento impercettibile sulla pelle. “Noi siamo spiriti affini,” spiegò in un soffio. Lei rabbrividì ancora. “Siamo uguali, noi due. Tanto uguali da non poter restare vicini, da non poter restare lontani. Tanto uguali da poter sentire risuonare dentro di noi la presenza dell’altro, i sentimenti dell’altro,” i pensieri dell’altro. Non è così, forse? Si, fece lei nella sua mente. Si, si. Proprio così. Legolas le posò le labbra sulla fronte. “Io ti amo e ti conosco così come amo e conosco me stesso. Se c’è qualcosa in me che non comprendo, in te lo vedo realizzarsi. Se c’è qualcosa in te che non perdono, è solo perché non l’ho mai perdonato a me stesso. Tu sei la mia immagine riflessa, la mia metà, la mia gemella.” Lei sospirò lievemente. Gli cinse il collo dolcemente con le braccia. Posò la testa sulla sua spalla e lo strinse a sé. “Così complicato, eppure così semplice,” mormorò. Tirò indietro la testa per guardarlo negli occhi. “Ma una cosa ti chiedo. E ti prego, rispondimi con la stessa sincerità con cui hai parlato finora. Ti saresti mai innamorato di me se il tuo cuore non appartenesse già a lui?” “Follemente,” annuì lui con un sorriso. “E anche Aragorn ti avrebbe amata più della vita se solo…” “Non avesse incontrato la dama che gli ha dato quel gioiello,” concluse lei. “Si.” “Chi è?” “Il suo nome è Arwen, la Stella del Vespro del mio popolo, la più bella di tutte le creature di questo mondo.” Più bella di te? Non posso crederlo. Gli disse Éowyn in quel loro modo di comunicare silenzioso. Ad alta voce disse: “La conosci?” “Siamo vissuti entrambi nel Bosco d’Oro per un periodo, e la Dama del Bosco, che ci ospitava entrambi, mi chiese di diventare il suo guardiano. Come potevo rifiutare? La Dama era stata così gentile con me, che avevo perso mia madre, così affabile! Ed Arwen era come una principessina delle fiabe: piccola, indifesa, e così ingenua! Non sapeva nulla del Mondo e dei suoi pericoli: tutto per lei era nuovo e curioso e pieno di bellezza! Fosse stato per lei si sarebbe persa nei boschi senza più fare ritorno, e se si fosse imbattuta in un Orchetto avrebbe provato compassione e curiosità, e invece di fuggire avrebbe cercato di toccarne il cuore.” Scosse la testa. “Non potei fare altro che prenderla sotto la mia ala e fare giuramento solenne di proteggerla – e la fiaba fu così completa. La Principessa aveva ora un Cavaliere in armatura scintillante per proteggerla dalle asperità della vita fino all’arrivo del suo Principe. Fino all’arrivo di Aragorn.” Sorrise mestamente, affondando il viso nell’incavo morbido dove la spalla ed il collo di lei si incontravano. Respirò il suo profumo inebriante, mentre lei gli immergeva le dita tra i capelli e lo traeva a sé. “Ed io ho tradito la fiducia che la Dama dei Boschi aveva riposto in me, innamorandomi di Aragorn.” “Non si può parlare di tradimento, nelle questioni del cuore,” fece lei, meditabonda. “Ma se un tradimento c’è stato,” continuò. Gli posò le mani sul volto e gentilmente guidò indietro la sua testa fino ad incrociarne lo sguardo. “É stato il non rivelare ad Aragorn ciò che provi.” Sul viso di lui sfilò una successione di sentimenti, troppi, e troppo veloci per essere definiti. Eppure alla fine parve che nulla in lui si fosse mosso, e che niente mai avrebbe potuto cambiarlo. Quando le rispose, la sua voce si era fatta tremula, come se dentro di lui infuriasse un’angosciosa battaglia tra desiderio e volontà. “E come potrei? Non è come se lui mi amasse come lo amo io. Non ho tradito solo Dama Galadriel, innamorandomi di Aragorn – ho tradito la fiducia che lui riponeva in me come suo amico. Ho tradito l’essenza stessa della nostra amicizia!” La sua angoscia si irradiava da lui come il calore di una fiamma, e per un attimo anche Éowyn si sentì colmare dallo stesso sentimento. Gli carezzò con dolcezza il viso. Poi, d’impulso, posò le labbra su quelle di lui, morbide, arrendevoli, calde, baciandolo a lungo e con candore, mentre con la mano scendeva a cercare il battito del suo cuore. “Perché?” mormorò lui quando lei si allontanò. Le sfiorò la guancia con la punta delle dita e i suoi occhi erano colmi di meraviglia. “Importa?” “Tu ami Aragorn.” “Come lo ami tu,” fece lei con un sorriso. “Ma anch’io mi sarei potuta innamorare di te, se solo le cose fossero andate diversamente. Ti voglio bene, perché come tu stesso hai detto, sei la mia metà, il mio gemello, e voglio vederti sorridere, perché presto ci separeremo, ed io voglio ricordare il volto di mio fratello sempre sorridente.” Aveva posto le dita agli angoli della sua bocca, stirandole in un sorriso triste. Quando però quel sorriso raggiunse gli occhi di Legolas lei lasciò scivolare via la mano, e, prendendogli le dita tra le sue, lo trasse dolcemente verso i piani inferiori. “Non smetterai mai di sperare, vero?” sussurrò. “Mai.” “Allora non ho bisogno di preoccuparti per te, né per me, che di speranza non ne ho più. Ma vieni, ora. Altri hanno bisogno della nostra preoccupazione e del nostro aiuto. Il tuo canto ha mosso molti cuori, ma è della speranza che porti con te che ha bisogno la mia gente, non di lacrime. Vieni con me, dove la tua luce potrà squarciare il buio. Vieni. Vieni.”
-TBC E’ un capitolo molto corto rispetto agli altri, lo so, ma Lego ed Éowy si meritavano un capitolo tutto per loro!!! Non preoccupatevi comunque! Non ho intenzione di farli innamorare! E’ tutto calcolato! E che solo Legolas deve morire di gelosia quando Arwen si spalma addosso ad Aragorn?? Lasciamo soffrire un po’ anche il Signor Ramingo! Eh eh… come sono cattiva! ^_~ A chi vuole delle anticipazioni: Aragorn non vedrà molto di buon occhio quest’improvvisa intimità tra Éowyn ed il suo Elfo…e sappiamo tutti com’è impulsivo il nostro Ramingo preferito… chissà che la paura di perdere Legolas non lo faccia decidere a fare la sua mossa! ;-)
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